Long Walk insieme a Guzzi e Metzeler
Ciao a Tutti,
scrivo questo aggiornamento per voi lettori di Ridexperience.
Ne è passata di acqua sotto i ponti e di asfalto sotto le ruote dall’inizio di questo viaggio, ormai 12 mesi fa…
Iniziai dalla città di New York dove ritirai la mia vecchia Guzzi in dogana dopo una spedizione marittima da La spezia.
Raccolto il coraggio e vinte le ultime resistenze iniziai puntando verso Nord, entrai nell’enorme Ontario canadese all’altezza delle cascate del Niagara e attraversai per settemila km il Nordamerica da est a ovest scegliendo con predilezione la natura incontaminata e i boschi del secondo paese più grande del mondo. Avrei potuto scegliere invece il classico coast-to-coast sulla Route 66 degli USA ma sentivo il desiderio di conoscere le più selvagge terre del Nord.

Giorni che non dimenticherò, con la manetta aperta 8 ore durante il giorno e la tenda accampata durante la notte nel mezzo di un pulsante polmone di pini, verde selvaggio e rumori notturni. Una comunione parziale con una natura che mi lasciava sempre come ospite nelle sue vastità.
7000 km con il manubrio puntato verso dove il sole tramonta, incontrando poche persone e schivando ogni hotel a causa delle ristrettezze economiche, conclusi la galoppata ridiscendendo verso sud attraverso due dei più bei parchi naturali di questa parte del continente americano. Il Jasper e il Banf Park.
Mi ricordo la guida con il freddo nelle ossa, ricordo i denti ballare tarantelle mentre mi immergevo nel ventre di vallate stupende circondate da cuspidi rocciosi, distese di abeti e ghiacciai. Dormire in tenda ancora altre notti, a tu per tu con il bene e il male che la montagna sa regalare. Il cielo nero come la pece perforato di stellate meravigliose e una brezza pungente che con mani di ghiaccio ti si arrampica addosso nelle poche ore di sonno smozzicato che riuscivo a conquistarmi in quella specie di meravigliosa ghiacciaia d’alta montagna.
Uscendo dai parchi mi fermai e vissi 9 giorni in una roulotte parcheggiata a lato della casa di due gentilissimi canadesi, due amici ora, che incontrai perdendomi in una riserva indiana. Si rimaneva seduti in veranda a guardare in avanti fino a che il sole calante faceva ruggine arancione sull’orizzonte e scompariva nella notte, la tazza calda di caffè in mano e storie di cervi, orsi e vita nei boschi. Mi congedai con occhi lucidi e riparti mettendo di nuovo le ruote del Guzzi suol suolo statunitense. Grande discesa tra Montana, Oregon, Washington e California sino a tirare il fiato a San Francisco, dove mi consegnai all’inedia per quasi 10 giorni, passeggiate lunghe su e giù per le strade ricurve senza una meta ma affidandomi ai capricci dei piedi.

Feci manutenzione alla moto alcune centinaia di km più in giù, a Santa Monica. Le gomme avevano già fatto 15.000 km ma erano perfette, Un paio di Metzeler Marathon ME880 indistruttibili che oggi, dopo 23.000 km sono ancora lontane anni luce dalla tela. Entro in Messico a Tijuana e mi lancio in caduta libera facendo tutta la penisola della bassa California, sento la canzone degli Eagles “Hotel California” nata su queste spiagge dove accampo liberamente lontano da tutto e tutti. Le spiagge iniziano a confondersi con i deserti che sono la il dorso polveroso di questa penisola a forma di Balena che misura 1700 km. Caldo torrido, cactus monolitici e pompe di benzina che arrivano a distare più di 300 km l’una dall’altra. Alla fine della penisola è tempo di togliermi la sabbia di dosso dopo 6 giorni di marcia, sono a Lapaz dove riposo e faccio il turista senza pretese.
Con un olandese conosciuto nell’ostello prendo il ferry e approdo al Messico continentale, all’altezza di una città chiamata Topolobambo. Da qui inizierà la nuova avventura: seguire l’olandese volante con la sua leggiadra moto da cross nei 200 e passa km di strade sterrate che conducono alle gole dei canyon più estesi del continente, nell’impresa che non si addice certo a una moto custom scivolo 4 volte. Sgonfio parzialmente le gomme e imparo alcuni trucchetti di guida in questo mio battesimo da fuoristradista con una moto che pesa 270 kg…senza bagagli. Facciamo passi sopra i 3000, e ridiscendendo attraverso “la schiena del Diavolo”, una serpentina di asfalto che sfida le altezze delle montagne dello stato di Durango sino a condurre a Matzatlan, sulla costa.
Di nuovo in movimento dalla costa al centro Messico: Guadalajara, Guanajuato.. e poi Potosi.. alla ricerca della città fantasma di “Real Catorce”. Avvolta da montagne e decadente nei suoi muri di pietra sgretolati, è stata set cinematografico negli ultimi decenni e luogo di fasti e splendori coloniali ai tempi in cui la miniera vomitava metalli preziosi. Con il suo esaurimento ha lasciato solo i fantasmi degli operai che svanivano abbandonandola e se ne andavano nelle lontane città. Oggi arriva un discreto flusso turistico, educato e rispettoso di quest’ambiente magico dove si incrociano riti cattolici e sciamanici. In questo luogo arriva il cittadino, il “campesino”, il fedele, il turista e l’indio con il suo peyote. Io faccio categoria a parte perchè non vedo altri motociclisti.
Torno passando per la splendida Zacatecas alla città di Guanajuato, la perla culturale e coloniale ubicata nel centro geografico del Messico, qui sarò colpito da innamoramento per una ragazza che lavora in un caffè nascosto in fondo a una piccola stradina di porfido. La fragranza di quei chicchi e il sorriso sotto quei due occhi hanno fatto scattare la trappola.. mi sono fermato con lei alcuni mesi.
Tra ridere e scherzare, ma anche passeggiare, visitare musei, studiare e scrivere, erano passati quasi 6 mesi solo di permanenza in Messico. Dopo alcuni tentativi al limite del lecito (ma anche oltre visto che qui l’illecito può essere “normato” con le mance), di estendere il mio permesso di soggiorno mi sono trovato l’unica opzione di lasciare il paese, entrare in Guatemala e rientrare di nuovo in Messico con un nuovo permesso.

Ok, tempo di nuova strada e nuova avventura. Cinghio zaino e orsacchiotto portafortuna sul Guzzi e via, riparto verso il centro America. Accampamenti di fortuna, spesso ai margini della strada, e poi, raggiunta Oaxaca, notte in letto a castello e mattina a passeggio tra chiese, architetture coloniali e barocco-messicane. Foto su foto.. la macchina è un mitragliatore che punto sulle bellezza. Scatto anche quando guido, impugno con la mano sinistra e senza ovviamente prendere la mira faccio clic su ogni cosa attiri la mia curiosità. Scarico al computer e sistemo il marasma di foto che la mia macchina ha prodotto. La notte è pura bellezza, si annuncia con tramonto color mango e fragola e non c’è obiettivo elettronico per catturarla. Si fa sfuggire vigliaccamente e mi lascia a contemplarla mentre mi rintano, una ennesima notte di strada, con un pò di solitudine nella tenda piantata di fianco a un ristorante sulla strada per il Chapas.
Più a Sud, a San Cristobal il Messico mette fuori la sua tempra india, si scurisce nelle carnagioni, si satura sui colori dei vestiti delle donne Maya e prende uno splendore montano con gli odori di pini bruciati nei focolari dove ancora si cuoce pane e toritillas. Chiesine incensate costruire ai margini delle strade danno il senso del sacro che a queste latitudini mischia riti cattolici con riti precolombiani dentro le stesse mura. Da San Cristobal entro in Guatemala, un mondo più povero perchè reduce, dopo solo 10 anni, di una guerra civile che ha prostrato davanti alla miseria e alla violenza fratricida un popolo che oggi si sta rimettendo in piedi. Dopo gli effluvi di colori del mercato più bello del Centro America, situato in Chichicastenango, mi dirigo al lago Atitlan, nel paesino di San Juan dove assito alle cerimonie folcloristiche per la settimana santa.

Riprendo la marcia verso nord-est con l’intenzione di riattraversare la frontiera con il Messico con un nuovo timbro sul passaporto e ritornare a Guanajuato che è il suo epicentro geografico. Passo montagne e scavalco ancora crinali verso la regione subtropicale del Petèn. Mi spingo a stento dove gli asfalti diventano ricordo e iniziano sterrati bianchi pieni di pietre. Le frecce della moto si spaccano per le vibrazioni e la luce posteriore si spegne diventando un occhio cieco. Continuo due giorni sino a incontrare la frontiera promessa, è solo un fiume ma per attraversarlo dovrò subire estorsioni da alcuni malavitosi locali, chiamare la polizia per sistemare invano il conto aperto con gli aprofittatori e ritornare sul luogo per caricare la moto a braccia su una lancia di legno instabile quanto vecchia.

Cinque ore tra stenti e sole tropicale e poi sono dall’altra parte, sudato e al limite dello sfinimento. Mi accampo in un pezzo di selva ma i versi di animali sono così forti che mi tengono sveglio sino a notte fonda.
Il giorno dopo sono pallido come un imbianchino ma ho voglia di lasciare quel posto, parto con nausea e debolezza. Un motociclista 200 km dopo mi si avvicina attirato dalla targa straniera della moto, dal pupazzo portafortuna che sventola dietro e dallo zaino da nomade cinghiato sul portapacchi. La fraternità motociclista si fa sentire da subito, vengo ospitato in casa sua e conosco il motoclub locale di una piccola città vicino a Villahermosa. Dopo il passaparola tra motociclisti vengo salutato come un eroe, per via del lungo viaggiare in solitaria, mi accompagnano a vedere templi e anche una hacienda dove si produce cioccolato macinando i grassi chicchi che crescono dentro i gusci della piantagione. Per vie traverse otteniamo l’autorizzazione a parcheggiare la moto di fronte a una piramide Maya per scattare alcune foto.

Saluto la confraternità motociclista composta da membri del famoso gruppo dei Legionarios e dei Guerreros. Muovo verso Veracruz e poi ancora salgo per le appendici degli altopiani centrali sfiorando la città di Puebla ma prendendo invece in pieno la pioggia e banchi di nebbia che mi riducono la visibilità a 10 metri. Vengono in fine le distese polverose dove sono disseminate le prime miniere. Il vento mi soffia di traverso la polvere costringendomi a tenere inclinata la moto come la vela di una tavola da windsurf, la visiera alzata e i denti serrati sino a che la grande strada che mi porta a Queretaro, mi salva dalle interperie. Da lì ritorno alla splendida Guanajuato dove ora scrivo.
E poi saranno ancora perlustrazioni delle regioni limitrofe, piccoli viaggi di 6 o 700 km, fino a toccare le coste michoacane, fuggire dalle cataratte del cielo nella stagione delle piogge, e scrivere nuovi articoli. Deliziosa natura il Michoacan! Itinerari dentro e fuori la magnifica Sierra Madre, madre generosa di frutti, di pinete, resine e manghi, farfalle e distese boschive che precipitano dalle vette a 3000 sui poggi morbidi e ariosi che presiedono al pacifico sino alle spiagge dove le tartarughe depongono le uova. Farò un incidente in curva andando per terra e sfasciando il parabrezza unitamente alla pelle che ricopre una cresta iliaca, un gomito e una spalla. Proprio questo sarà l’incipit di un nuovo incontro con il buon samaritano che mi ha soccorso, raccolto e portato nella sua umile casa, in mezzo ai suoi bambini scorrazzanti a piedi nudi e ai suoi cani che mi pisciavano sulla tenda. Foto su foto, chiacchierate nel dondolio della amaca prima di coricarsi.
Tornai che avevo 27.000 km sul conta km in più dall’inizio del viaggio e un anniversario di strada da festeggiare, pochi giorni fa era il 29 luglio. Se mi catapulto indietro di un anno mi vedo con lo zaino all’aeroporto e mia mamma che mi abbraccia piangendo. Il giorno prima spegnevamo candeline su una torta paesana che con i pinoli aveva scritto LONGWALK.
E’ passato un anno, il viaggio è diventato uno stile di vita, una tecnica di arrembaggio emotivo e geografico a luoghi sempre più meridionali e caldi come a persone sempre ospitali e gradevoli le cui storie vengono con diligenza appuntate per essere raccontate sul mio sito. Porto con me il profumo dell’avventura e la puzza di vestiti usati da un anno, l’entusiasmo cresce con la strada, piccoli lutti accompagnano i distacchi ma la strada che che ti toglie certe importanti relazioni ti dà anche la cura per la tristezza che ne consegue. E così spingo in là orizzonti e vado avanti verso nuovi luoghi che con i loro interpreti indaffarati a vivere mi danno gli stimoli e gli antidoti alla monotonia come alla malinconia di allontanarsi dalla strada che ormai è irrimediabilmente passata dietro.
Sto gli ultimi tempi a Guanajuato, poi lo scadere del permesso mi costringerà ad allontanarmi, e non solo dal Messico ma anche da una persona che amo: primo grande sacrificio sull’altare del viaggio.
Coltivo la fotografia e con il compleanno di longwalk sembra stia arrivando anche un’altra collaborazione con una rivista di reportage turistico. Scrivo su una rivista di moto e sto iniziando a confezionare articoli più culturali per destinazioni diverse dal racconto di moto-viaggio. Mi devo inventare la professione di reporter, le inquadrature con la nuova macchina fotografica, la capacità di scrivere e di assemblare tutto con buon senso artistico. Tutto questo è sfida, è cadere e rialzarsi, è tentare un passo in più contro la pigrizia che farebbe di questo viaggio una esperienza personale e muta, per diventare invece anche professione e passione nel racconto. Ma parto da zero e ho bisogno del vostro aiuto.
La Metzeler è riuscita a darmi un concreto segnale di supporto recapitandomi un paio di indistruttibili Marathon (con un affitto da 90 euro al mese il risparmio di 200 o 250 per le gomme è ben accolto) . Grazie a Luca Zaccomer, alla Metzeler e alla loro fabbrica in Brasile. E poi c’è lo spasso di portarmi la moto tappezzata di adesivi!
Tante cose, tanto divenire, tanto da dire e fare, un’avventura spinta sul versante umano e una inedita prova che un anno fa’ era solo una idea trasognata mentre oggi è la mia vita. Non fatemi scendere dalla giostra, non ancora!
Per chi volesse vi rimando a racconti più esaustivi, video e foto su www.longwalk.it – il lungo cammino..



















mamma mia che report, complimenti.
tour ed esperienze incredibili credo.
leggendo mi hai portato in sella con te, mi hai fatto battere forte il cuore e non avrei mai voluto smettesse il tuo viaggio.
complimenti ancora…..
INVIDIABILE!
MachoMax
http://WWW.SMANETTONI.NET